Digitale senza barriere: come l’accessibilità accompagna l’evoluzione della DEI

Dalla conformità alla cultura: il ruolo dell’accessibilità digitale nella costruzione di un’equità autentica.
Nel lessico aziendale della sostenibilità e della DEI, termini come “inclusione” ed “equità” si rincorrono a ritmo serrato. Ma quando il discorso tocca il tema della disabilità — ancora poco integrato nelle strategie aziendali — si rischia di rimanere a un livello superficiale. Ed è proprio qui che entra in gioco una dimensione concreta ma spesso trascurata: l’accessibilità digitale.
Rendere accessibili piattaforme, strumenti, processi e contenuti digitali non è solo un obbligo normativo, ma una cartina di tornasole della reale maturità inclusiva di un’organizzazione.
Accessibilità come pilastro invisibile della DEI
Includere la disabilità nei piani DEI significa estendere il concetto stesso di diversità, andando oltre le logiche identitarie più tradizionali (genere, etnia, età). Ma non basta dichiararlo: serve ripensare l’accessibilità come leva strategica, non solo tecnica.
Spesso, infatti, l’accessibilità è gestita come un adempimento marginale: qualcosa che “si sistema” a valle dei processi, quando invece dovrebbe essere progettata a monte, integrata nelle architetture digitali, nel design dei contenuti, nei flussi di lavoro e nelle politiche HR. Perché rendere accessibile una piattaforma web o un documento non è solo una buona prassi: è un diritto. E come tale, dovrebbe essere trattato, raccontato, monitorato e migliorato.
Dal rispetto normativo all’equità trasformativa
A livello normativo, l’Italia si muove in linea con l’European Accessibility Act, entrato in vigore a giugno 2025, con un impianto che prevede obblighi sempre più estesi per aziende e PA. Ma la sfida non si gioca solo sulla compliance.
L’obiettivo reale è l’equità: non offrire a tutti le stesse cose, ma garantire a ciascuno la possibilità di partecipare. Questo cambio di paradigma va oltre i requisiti minimi, spingendo le organizzazioni a domandarsi non solo “abbiamo rispettato le regole?”, ma “quante persone stiamo ancora escludendo, anche involontariamente?”
È in questo passaggio — da compliance a cultura — che si misura il livello di maturità di una strategia DEI. Ed è qui che l’accessibilità digitale può agire come ponte tra visione inclusiva e operatività concreta.
Responsabilità condivisa
Nell’ecosistema dell’inclusione, nessuna organizzazione può chiamarsi fuori. Aziende, enti pubblici, agenzie e mondo della consulenza hanno un ruolo decisivo, a partire da tre leve:
- Progettazione inclusiva: accessibilità by design, sin dalla fase di ideazione di prodotti, servizi e contenuti.
- Formazione continua: costruire competenze diffuse sul tema dell’accessibilità, integrandole nei percorsi di DEI e nelle funzioni IT e comunicazione.
- Coinvolgimento delle persone con disabilità: non come utenti passivi da “servire”, ma come stakeholder e co-progettisti, portatori di insight preziosi.
In questo scenario, chi fa consulenza in ambito DEI hanno una funzione ancora più strategica: portare l’accessibilità fuori dal perimetro IT, per farne una questione di linguaggio, processi, cultura organizzativa e, soprattutto, di giustizia.
Equità è quando anche il digitale diventa abitabile
Nel dibattito sulla sostenibilità sociale, troppo spesso ci dimentichiamo che il mondo digitale è un mondo abitato. E che, come ogni luogo, può essere aperto o chiuso, accogliente o respingente. L’accessibilità digitale non è quindi un dettaglio tecnico, ma una condizione abilitante di cittadinanza e partecipazione.
L’accessibilità digitale, però, non è solo un diritto — e ora un obbligo di legge. È anche un’opportunità strategica per le organizzazioni, che possono così raggiungere pubblici più ampi, migliorare l’esperienza utente e rafforzare la propria reputazione. Rendere il digitale davvero inclusivo significa aprire le porte a nuovi interlocutori, ampliare il proprio impatto e trasformare l’equità in vantaggio competitivo.
Serve una visione nuova, radicale e concreta di inclusione, capace di tradurre i valori in pixel, codice e usabilità. Costruire ambienti digitali accessibili significa permettere a chiunque — indipendentemente da abilità fisiche, cognitive o sensoriali — di lavorare, informarsi, acquistare, partecipare. In altre parole: esistere pienamente nella società di oggi.
Emilia Blanchetti, senior consultant DEI Amapola