vanno verso una decentralizzazione della produzione e della distribuzione” secondo David Orban, fondatore di Network Society Project, un think tank londinese. [Orban è anche uno dei soci fondatori di Dotwords, il Language Service Provider che sviluppa soluzioni informatiche cloud-based per la gestione di traduzioni e localizzazioni da e verso qualsiasi lingua, con cui Amapola ha avviato una partnership strategica sul tema della internazionalizzazione delle imprese. ndr] Lo scorso ottobre a Milano ha partecipato come relatore al congresso State of the Net. Le nuove tecnologie, dice Orban, consentono al business di prosperare in paesi africani e asiatici dove mancano le infrastrutture tradizionali. Grazie ai droni, ad esempio, è possibile consegnare le merci in modo puntuale, nonostante l’assenza di strade ben mantenute. Grazie all’energia solare, si possono utilizzare apparecchiature in aree remoti dove il costo di un collegamento alla rete elettrica sarebbe proibitivo. Allo stesso modo, i pagamenti mobili consentono transazioni bancarie in zone malservite dai grandi sistemi bancari. Secondo Orban, l’impatto più cruciale delle nuove tecnologie deriva dal fatto che esse consentono alle nazioni povere di ovviare alle infrastrutture la cui costruzione non si possono permettere. Di conseguenza, dice, il loro utilizzo ha un “vantaggio differenziale” maggiore in questi paesi. Ci spieghi il concetto di “network society”. Innanzitutto, bisogna capire che la tecnologia ha sempre forgiato la società – ad esempio la rivoluzione industriale forgiò una nuova classe operaia urbana. Oggi vi sono molte nuove tecnologie, e tutte vanno verso una decentralizzazione delle attività: la tecnologia solare consente agli individui e alle imprese di produrre l’energia per conto proprio, senza dover dipendere da una produzione centralizzata; la stampa 3D rende maggiormente decentralizzata la produzione industriale, come la stampa 3D della carne tenderà a decentralizzare la produzione degli alimenti. Io credo che la transizione dalla produzione centralizzata a quella decentralizzata risulterà in una “società a rete”, con una grande trasformazione e decentralizzazione degli Stati e delle imprese, mentre gli individui prospereranno in modo nuovo. Vi sono diverse economie in via di sviluppo in Africa. Il modello di sviluppo “off-grid” [staccato dalla rete, ndr] ha reso possibile l’emergere delle economie africane? Assolutamente sì. Negli anni ’80 si diceva che l’Africa non avrebbe mai avuto servizi telefonici diffusi, perché non c’era sufficiente rame per i cavi necessari per connettere un continente così vasto. Oggi, naturalmente, tale previsione ci fa sorridere, perché la tecnologia mobile ha consentito alle nazioni africane e alle popolazioni di superare l’ostacolo. Anzi, 10 anni fa c’erano solo qualche centinaia di migliaia di cellulari in Nigeria, oggi ce ne sono cento milioni. Allo stesso modo, la rete di distribuzione elettrica costruita in Europa non è mai stata costruita in Africa. Ma è stata sorpassata dai generatori solari, dalle batterie di accumulo e dalle apparecchiature che vanno a corrente continua (rispetto a quelle a corrente alternata), che funzionano perfettamente in piccole reti locali, senza la necessità di una grande rete nazionale o continentale. Ci dà un altro esempio di sviluppo off-grid. I droni. In Africa le strade non sono buone e la realizzazione di una pavimentazione come quella diffusa in Europa avrebbe dei costi proibitivi. La buona notizia è che l’autonomia e la capacità di carico dei droni stanno aumentando molto rapidamente, e quindi sarà presto possibile trasportare sempre più pacchi con questi strumenti. Anzi, è già possibile portare i farmaci in zone remote dell’Africa: sono leggeri, preziosi e la gente ne ha bisogno senza ritardi, dunque i droni rappresentano il mezzo di trasporto più economico. Un altro esempio sono i pagamenti mobili: il Kenya è il primo paese al mondo in questo campo, quasi il 25 percento dei flussi del Pnl passa per il sistema mobile. Perché il Kenya? Perché l’infrastruttura bancaria nazionale è poco efficiente, soprattutto rispetto a quelle occidentali, e la gente quindi preferisce i pagamenti mobili. Sentiamo spesso dire che molta gente non ha accesso a Internet, ma in realtà sono più numerose le persone che non hanno un conto bancario. Per aprire un conto tradizionale, serve un documento d’identità e in alcuni casi un certificato di nascita. Ma nelle zone remote e povere molte persone non dispongono di questi documenti, quindi non esistono per il sistema bancario e non possono aprire un conto. Eppure è consentito loro usare i bitcoin, e se hanno un computer e uno smartphone possono partecipare a scambi commerciali. Ciò significa che il ruolo della rivoluzione digitale è più cruciale nelle comunità isolate del mondo in via di sviluppo? Ha un maggiore vantaggio differenziale. Un cittadino italiano o francese che non usa Wikipedia è sfavorito, ma può ricorrere alle biblioteche e alle enciclopedie. Ma chi non usa Wikipedia in un’area remota dell’Africa o in un villaggio tailandese perde tantissimo. E’ interessante constatare che l’intero contenuto della versione inglese di Wikipedia è stato tradotto in tailandese. La traduzione è perlopiù generata da computer, quindi la qualità è mediocre. Eppure se sei un pescatore in un villaggio tailandese non avrai l’accesso a un’enciclopedia tradizionale e l’alternativa è molto peggio: la mancanza totale di informazioni. Quindi la disponibilità di Wikipedia nella propria lingua fa tanta differenza. Fonte: http://business.pirelli.com/global/en-ww/a-connected-world-is-a-better-world?utm_source=twitter&utm_medium=social&utm_campaign=2016-09-social&utm_content=post_2016-11-15#]]>